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L’urgenza di vivere lo scouting e la competenza

15 maggio 2011

Pubblichiamo l’articolo di Fabrizio Tancioni col contenuto del suo intervento al convegno metodologico di Gennaio 2011.


Lo scautismo ha l’obiettivo educativo di formare la persona nel suo complesso, non propone quindi atteggiamenti esteriori ma valori da interiorizzare e fare propri. In questa direzione la competenza si propone come stile di vita, un modo di interagire con se stessi, con le cose, con gli altri, valorizzando il passato (memoria) per puntare in alto nel futuro; la sua valenza “etica”, il saper essere, ha le radici nella Legge e della Promessa, e si coniuga con una “tecnica”, il saper fare, radicata nell’arte dello scouting.
Alcune parole chiave possono suggerire delle riflessioni.

Osservazione

Sviluppare la capacità di saper leggere ciò che ci circonda.

  • la vita all’aria aperta fornisce un ambiente in cui il ragazzo/a non può fruire di supporti esterni (segnali codificati) ed è chiamato a sapersi muovere con le proprie forze e la propria competenza; ciò lo rende libero da sovrastrutture, è lui con se stesso e nel momento in cui riesce ad entrare in sintonia con il creato, accresce la propria autostima, scopre (in progressione personale) di poter essere significativo, per se e per gli altri
  • capacità: per farlo deve detenere gli strumenti che gli permettano di trasformare una occasione in una esperienza di successo; potrà passare dal “sopravvivere” alla natura, all’integrarsi con essa in armonia; in ciò affinerà il gusto per le cose ben fatte, il gusto per la bellezza, che riuscirà ad estendere a tutto ciò che lo riguarda, bellezza che è anche rispetto ed essenzialità

Esperienza

Un ulteriore passaggio è la “deduzione” intesa come il saper valutare ciò che si osserva; forma il senso critico, rende indipendenti, autonomi, liberi; se sappiamo valutare da noi, non siamo succubi di contesti (luoghi comuni, pregiudizi…).
L’applicazione consente al ragazzo/a di utilizzare il metodo acquisito attraverso l’esercizio delle tecniche (percorso che passa dalla teoria, alla sperimentazione, alla condivisione… in ciclo).

Le tecniche, quindi, non solo come conoscenza specifica ma come stile per affrontare la vita; fare una cosa bene ma senza limitarsi al risultato, facendo un salto di qualità con l’acquisizione di una capacità, un metodo per osservare-dedurre-agire che il ragazzo sarà in grado di applicare in qualsiasi circostanza, sviluppando la propria creatività.

È importante la qualità dell’esperienza: lo scautismo in molti casi offre delle opportunità di apprendimento che non è sempre immediato ricollegare alla vita quotidiana; in età guida ed esploratore fino a qualche decennio fa, imparare delle tecniche poteva equivalere ad imparare “un mestiere”, il collegamento era immediato; attualmente il contesto è cambiato, nelle opportunità e nelle aspettative medie di lavoro di un ragazzo/a.
Non è invece cambiata l’opportunità che l’acquisire una tecnica ed esercitarla nella vita di reparto, può fornire come “palestra”, come “metafora” della vita quotidiana; è evidente che per funzionare diventa assolutamente fondamentale vivere delle esperienze reali con un’utilità concreta: tutto ciò ha un nome Impresa; anche se le esperienze scout a volte simulano la vita quotidiana, certo non devono essere virtuali (è evidente il forte rischio cui i ragazzi/e sono soggetti nel contesto attuale).
Se imparo dei nodi ma non ho l’occasione per esserne gratificato attraverso il vantaggio che tale conoscenza mi apporta, perdo probabilmente anche la voglia di continuare; l’ideale è un vantaggio in una situazione concreta, dalla più semplice come sapere legare una fascina per raccogliere più legna, a quella più estrema come assicurare una persona da “recuperare” ma potrebbe anche essere un vantaggio in situazioni meno concrete, comunque gratificanti, come ad esempio riuscire a superare una prova di un grande gioco che mi permette di vincerlo.
Il passaggio organico successivo è quello di collocare, le capacità tecniche e il metodo di lavoro acquisito in un ambito più ampio, che richieda un lavoro di squadra (squadriglia o reparto) per un obiettivo comune (Impresa di squadriglia o di reparto).

Da personale a spirito di squadra

Spesso capita in ambienti extra scoutistici di sentir dire che uno scout o un ex-scout si riconosce dal modo in cui riesce a lavorare in squadra con gli altri.
L’acquisizione delle tecniche, attraverso la proposta del metodo, segue un ciclo progressivo che permette di supportare (fornisce i mezzi) il lavoro di squadra; il fatto che ciascun “squadrigliere” abbia il proprio ruolo e una specifica responsabilità richiede l’acquisizione delle capacità per svolgere al meglio tale ruolo (incarichi, posti d’azione…); se tali ruoli sono concreti e significativi è immediato il collegamento con l’imparare una tecnica (sia essa espressiva, di abilità manuale, di osservazione e orientamento, di cucina…); il ragazzo/a all’inizio del cammino (specialità) utilizzerà la tecnica in un ambito più circoscritto ma sin da subito capirà che tale competenza gli permette di contribuire fattivamente al buon andamento della vita di squadriglia e collocherà quindi la propria responsabilità come un tassello di un mosaico più ampio che prevede l’apporto di altri tasselli per la riuscita generale.
La conoscenza tecnica cresce insieme al ragazzo/a in termini di quantità e soprattutto di qualità perché diventa sempre più organica e completa (brevetto); si affina e metabolizza l’acquisizione di un metodo di lavoro e si passa dalla gratificazione personale a quella degli altri attraverso ad esempio l’esperienza del maestro di competenza.

Servizio: essere competenti per essere utili

Il naturale passaggio successivo è quello che permette al ragazzo/a di acquisire la consapevolezza che il proprio agire di qualità, con competenza, acquista “senso” se orientato al bene comune; tutto ciò che ha imparato e che gli permette di muoversi nel proprio ambiente e in quello circostante con sicurezza e controllo comincia a “essere stretto” se non riesce a trovare spazio ulteriore, e questo spazio (che è anche e soprattutto di senso, di scelta per la vita) è quello di lasciar orientare le scelte dal bene comune, portando il proprio contributo (piccolo, grande, di forme diverse) attraverso il servizio; quello che veniva fatto in reparto, in clan trova continuazione nella vita quotidiana e concretizza l’essere un buon cittadino e buon cristiano.

Competenza e cittadinanza attiva

All’origine del movimento e nei primi anni in Italia le capacità tecniche aiutavano i ragazzi (per lo più di origini modeste) a guadagnarsi la fiducia degli adulti, a trovare un lavoro che desse loro una dignità e un posto nella società (anche attualmente l’acquisire una professionalità supporta il reinserimento sociale).
Consentire oggi ad un ragazzo/a di vivere pienamente l’esperienza dello scautismo è dare l’opportunità di interiorizzare un metodo di lavoro che permetta di risolvere problemi, di riuscire a lavorare in squadra, di saper relazionarsi in modo costruttivo con gli altri, di aumentare la propria autostima; se l’acquisire la conoscenza di una tecnica supporta la realizzazione di questo circuito virtuoso, “ne vale proprio la pena”.

di Fabrizio Tancioni

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